Attilio Lutrario
racconta a Fulvio Ferrari

Attilio jr, all’epoca diciassettenne, così ricorda il primo incontro con Mollino (8): “Mentre con Bordogna lo aspettavamo in cantiere riparandoci da un’insistente pioggerellina sotto una improvvisata tettoia, arriva una Cinquecento giardinetta con le doghe di legno, alcune pendenti sui fianchi. Ne esce un personaggio un po’ sbrindellato, con l’aria di un artigiano, un idraulico, un falegname, e si presenta: Carlo Mollino. Ci aspettavamo tutt’altra figura. Mio padre era un po’ corrucciato, ma se Bordogna ci aveva suggerito quella persona bisognava pur fidarsi…
Mentre affrontavamo i temi del progetto, Mollino ci chiedeva di spostarci un po’ più in là all’asciutto, e poi ancora, ma fatalmente si tornava sempre a discutere sul terreno fradicio della costruzione, finchè confessò di avere le scarpe bucate e l’acqua nei piedi”.

Cliente e architetto si incontrano però subito sul terreno dell’utopia. Quella di Lutrario la spiega il figlio: “Mio padre non aveva un soldo, ma accettò immediatamente la parcella da far tremare i polsi che Mollino gli aveva richiesto”.

Il visionario progettista , invece, pensava all’occasione di tradurre l’architettura in una fiaba per danzatori di Valzer, da costruire tra binari, fabbriche, rottami. Nello stesso periodo, esattamente nel 1960, l’architetto disegna la Casa Mollino in via Napione, un altro progetto direttamente riferito ad una sorta di natura fiabesca. Anche nel Lutrario si ritrovano pareti totalmente rivestite con gigantografie di enormi alberi tratti da incisioni antiche o con sbalorditive cromie di piastrelle. Nella scelta dell’ illuminazione, realizzata con la sospensione di semplici cilindri colorati in materiale plastico, Mollino anticipa il concetto che userà poi per l’apparato di luci a steli sospesi che formano la grande nuvola luminosa della sala del Teatro Regio, altro luogo di magie musicali.

Attilio jr racconta: ”Noi non sapevamo mai bene dove stesse portando il progetto. Mollino però seguiva attentamente ogni fase e dettaglio di esecuzione. Se lo riteneva necessario ci spiegava e schizzava ogni cosa con immediata vivezza. Ci rendemmo conto, ad un certo punto che la sua parcella era largamente giustificata da questo rassicurante modo di operare. Quando ci propose, per esempio, di rivestire con piastrelle alcune zone del locale, mio padre rimase inizialmente scettico: bagni e case chiuse erano a quel tempo i luoghi “piastrellati”.

Mollino allora lo invitò ad andare a Vietri per scegliere con lui i materiali. Sapeva benissimo che mio padre non  avrebbe abbandonato il cantiere e gli strappò cosi’ il consenso per farsi accompagnare da me: tre giorni indimenticabili! Mollino mi portò a Napoli pilotando con un freddo polare il suo Spitfire che aveva ancora sulle ali i fori per l’alloggiamento delle mitragliere. Mi disse che ne aveva un secondo, in hangar, per i pezzi di ricambio. In fabbrica a Vietri chiese che gli disponessero a terra ogni tipo di piastrella prodotto: forse i cataloghi non erano sufficientemente fedeli nella riproduzione della cromia? Gran via vai di garzoni e continue richieste su cosa ne pensassi. Non ne capivo praticamente niente, ma Mollino rendeva quel giostrare di maioliche un impagabile happening. All’ ora del tè era rimasta una quindicina di modelli: senza spiegazioni, l’ architetto decretò di fermarsi: saremmo tornati l’indomani. Al ristorante non mangiò praticamente nulla, ma gli piaceva vedere soddisfatto il mio robusto appetito. Il mattino successivo scelse con estrema precisione l’ esatta quantità di piastrelle per ognuno dei decori progettati. Quando queste furono montate a Torino nel complicato patchwork disegnato per il ballo, mi resi conto che il suo calcolo era stato miracoloso”.

Mollino litigò con il fabbro perché nell’esecuzione non rispettava scrupolosamente il disegno di ogni centimetro di curvatura delle piattine metalliche delle balaustre e litigò con il piastrellista che si era permesso di aggiungere qualche piastrella alla composizione originale e fece  rifare, per un particolare non conforme, i costosissimi montanti delle scale eseguite in vetro acidato e temperato dalla Cristal- Art. Dopo i 32 sopralluoghi avvenuti nel tempo da parte di varie commissioni di sicurezza, sparirono gli incendiabili velluti, i boschi in carta fotografica e le sedute originali; è apparsa una scala con mancorrente rettilineo conforme alle normative, mentre esistono ancora le stalattiti luminose, per volere di un prefetto che le volle personalmente dichiarare “a norma”.

8. Fulvio Ferrari, “The Unexpected Mollino”, Casa Vogue, Dicembre 2004