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Festa di Carnevale

Festa di Carnevale
Venerdì 08 Febbraio 2013 dalle h.21 alle h.2,30

Premi per tutte le maschere.

Fred Buscaglione

Fred Buscaglione è stato, alla fine degli anni cinquanta, uno degli uomini di spettacolo più richiesti ovunque: nelle pubblicità, alla televisione e nei film, prima con brevi apparizioni canore, poi in ruoli autonomi interpretando quasi sempre la figura del simpatico spaccone.

Le sue esibizioni, vere e proprie performance artistiche, furono accompagnate da strumentisti eccezionali (gli Asternovas). La vendita dei suoi dischi fu talmente alta da poterlo considerare il campione del primo vero boom discografico italiano.

Il 3 febbraio del 1960 morì prematuramente a Roma in un incidente d'auto. I giornali dell’epoca parlano di oltre 10.000 fans presenti al suo funerale a Torino: ragazze e ragazzi, commesse, giovani operai chiesero un permesso non retribuito ai datori di lavoro per l'ultimo saluto al popolare cantante...

Qui, al Le Roi, è conservato il pianoforte rosa con il quale si esibiva insieme ai suoi Asternovas.

Dal cinema al dancing

Lutrario:
la balera, il cinema,  il dancing

Testo di Valeria Montemagni

La sua storia ha inizio nel 1926 quando il giovanissimo Attilio Lutrario, imprenditore dello spettacolo vissuto negli Stati Uniti, apre un locale estivo da ballo ed una sala cinematografica di fortuna in un ex dopolavoro ferroviario  adiacente alla piccola stazione di Porta Dora.
I primi lavori vengono affidati all’ artista architetto bulgaro Nicolaj Diulgheroff che trasforma il docks Dora nel Plateau Dansant Lutrario.

L’allestimento originale è soggetto a continui aggiustamenti dettati dall’estro del momento, vengono spesso montate  e smontate scenografie per variare l’ambiente come giganteschi barracani, lampade di Aladino, navi costruite dagli stessi clienti e addirittura un “giardino futurista Dora” (1).
La pista estiva a scacchi bianchi e neri suggerisce a Lutrario, che aveva vissuto da piccolo in America, il nome Blechenduait, scritto proprio così “italianizzato”.
In un lotto occupato da una villa con giardino, sul lato opposto di via Stradella, Lutrario fa costruire un cinema teatro affidandone il progetto a N. Diulgheroff e Alberto Bordogna. Così, nel 1941, viene inaugurato il cinema Lutrario, in forme tardorazionaliste con l’ originale facciata convessa, ideata da N. Diulgheroff, a correggere otticamente il profilo in curva della strada.
Il restante spazio del lotto della villa viene affittato ai Fratelli Bosio che successivamente vi costruiscono un capannone adibito a officina meccanica il cui muro confinante non sarà sufficiente ad isolare la sala ed il cinema dai rumori. Oltre a ciò la vecchia balera dopolavoro che fronteggia la ferrovia, tenuta ancora in gestione dal Lutrario, non è più in grado di contenere un pubblico sempre crescente.
Così, in seguito all’acquisto di un terreno occupato da un rottamaio, il “ferramiu” Gatti, proprietario di un cavallo e della mula Gilda, sempre affascinato dalla scommessa sul ballo, decide di lanciarsi nella realizzazione di un nuovo dancing (2).
La superficie del lotto ha una conformazione irregolare  e vi si accede da via Stradella attraverso il viottolo che Gilda percorre: l’attuale corridoio sinuoso di ingresso della sala da ballo di Le Roi-Lutrario.
Bordogna, a cui viene confermato l’incarico, stende rigidamente la distribuzione, sfruttando la doppia altezza dell’officina esistente, ma si blocca appena deve scendere alla scala dell’ arredo fisso.

Lui stesso quindi suggerisce a Lutrario il nome di Carlo Mollino che, fatta eccezione per il progetto murario di massima e il calcolo delle strutture che rimaneva di sua competenza, avrebbe potuto occuparsi del resto, arredi inclusi.
L’incarico ufficiale a Mollino è dell’aprile 1959 (3), per venti milioni di compenso, mentre l’inaugurazione del dancing avviene dopo diciotto mesi di cantieri, nel novembre del 1960, con il nome Lutrario Le Roi ideato dal pittore, amico di famiglia, Otto Maraini, che lo immaginò disegnato con una grossa cima da barca.
Nel 1963, venne modificato l’ingresso su via Stradella con l’ampliamento di una porta sovrastata dalla scritta Le Roi (4)

1. Biffi Gentili, Francesca Comisso, Luisa Perlo, “Eccentricity, arti applicate a Torino 1945-1968 ”
2. Fulvio Ferrari, “Cose dell’ altro mondo”, Case da Abitare 62, novembre 2002
3. AECT 1959, 696- Icat
4. AECT 1963, 461 n4- IIcat


La distribuzione

Si accede al lungo corridoio d’ingresso attraverso un’ampia porta a vetri con maniglia forgiata a “L”, e sopra, un’insegna luminosa con scritto “Lutrario, il re del dancing”, invita i clienti anche più reticenti ad entrare.
Planimetricamente si tratta di uno spazio piuttosto stretto e lungo.
Sulla destra, camuffati dal rivestimento e da specchi, si aprono diverse porte che conducono agli uffici e ai bagni, che Mollino  cerca di occultare.
Lo spazio è strutturato utilizzando la sintassi sinuosa della linea curva per il pavimento e per l’andamento delle pareti, usando la scansione geometrica delle nicchie, perfettamente ritagliate nel muro, alternando così movimenti ondosi a brusche interruzioni.

Il rivestimento di maioliche di Vietri a motivi floreali stilizzati di diverse colorazioni che copre completamente le pareti fino al soffitto, viene in molti punti spezzato da pannelli di specchi che interrompono la linea curva della parete aggettante.
Nella parte dove è situato il guardaroba, la soluzione adottata è più classica, viene infatti riproposta la balaustra in specchi di casa Devalle ma questa volta curvata secondo la linea sinuosa della parete, a delimitare lo spazio riservato al deposito e ritiro dei cappotti.
Questo spazio, occupato dalla balaustra, è segnalato anche sul pavimento attraverso una colorazione diversa del marmo, che assume sfumature dal verde chiarissimo al verde scuro.
Procedendo verso la pista da ballo, sulla sinistra, sempre nell’ingresso, il muro è stato svuotato a formare nicchie profonde dal profilo geometrico, probabilmente pensate per accogliere grandi fioriere sospese con fiori artificiali.
Prima di accedere al salone, il percorso subisce una strozzatura, alla destra del quale si sviluppa il bancone bar sempre rivestito in ceramica.
Al lato opposto uno scalone, ora chiuso, che permette di entrare al piano superiore adibito anch’esso a sala da ballo, il cui ingresso è schermato da una struttura in ferro battuto a simulare la fermata di una stazione metropolitana in stile Liberty.
Da questa si ha una percezione di uno spazio che prosegue all’infinito, grazie alla presenza dello specchio a tutta parete, dal profilo tondeggiante, nel quale si immerge la balconata al piano superiore. Essa ha un parapetto in liste di vetro temprato della Cristal Art (5), agganciate a tubi metallici, attraverso bulloni ricoperti da incrostazioni dorate curvilinee. Questo ammezzato abbraccia tutto il locale e, all’altezza del corridoio d’ingresso, c’è un parapetto di ferro battuto, sempre ad arabeschi colorati, dal quale si può osservare chi sta entrando nel locale e, nello stesso tempo, rimanere abbagliati dalle luci riflesse dagli specchi della balaustra all’ingresso, disposti secondo angolazioni prismatiche.

Poltroncine e sgabelli a forma di sella quasi ad invogliare la seduta a cavalcioni, sono disseminati per tutto il locale e sembrano petali a corolla dei tavolini tondi (6).

Un altro tema dominante è la scala, che assume caratteri diversi secondo la sua posizione. Se ne trovano due che mantengono un impianto rettilineo e sono collegamenti principali per accedere al piano balconato.
Più caratteristiche le strette scalette con corrimani di ferro battuto ed arabeschi colorati, dall’ andamento tortuoso, dislocate rispettivamente vicino al bar ed in prossimità del priveé in angoli bui, quasi a ricordare passaggi segreti.
La quinta scala, la più spettacolare, e’ posizionata dietro la tenda mobile e sembra, nello schizzo prospettico, un serpente che si cala sinuosamente dal soffitto, appoggiandosi agli alberi riprodotti sugli ingrandimenti fotografici posti sulle pareti.
Sono riproposte la ringhiera di ferro battuto, che strutturalmente ricorda il progetto del letto per Casa F. e G. Minola (7), e le piastrelle in maiolica dell’ingresso le quali rivestono per circa un metro d’altezza tutta la parete della scala che porta al sottotetto, inizialmente progettato per una scuola di ballo. La disposizione di Mollino comprendeva un atrio con divanetti dal quale, oltrepassando un cancello di ferro battuto, si entrava nello spazio propriamente adibito a scuola.

5. Fabbrica di specchi, cristalli e vetri fondata a Torino nel 1944 da Giovanni Donna in società con lo zio Giuseppe, Cristal Art si impone negli anni cinquanta in Italia come azienda leadernella produzione di specchi per arredamento.
6. Fulvio Ferrari, “The Unexpected Mollino”, Casa Vogue, Dicembre 2004
7. Manolo De Giorgi, “Carlo Mollino interni in piano-sequenza” (op. cit.)


Attilio Lutrario
racconta a Fulvio Ferrari

Attilio jr, all’epoca diciassettenne, così ricorda il primo incontro con Mollino (8): “Mentre con Bordogna lo aspettavamo in cantiere riparandoci da un’insistente pioggerellina sotto una improvvisata tettoia, arriva una Cinquecento giardinetta con le doghe di legno, alcune pendenti sui fianchi. Ne esce un personaggio un po’ sbrindellato, con l’aria di un artigiano, un idraulico, un falegname, e si presenta: Carlo Mollino. Ci aspettavamo tutt’altra figura. Mio padre era un po’ corrucciato, ma se Bordogna ci aveva suggerito quella persona bisognava pur fidarsi…
Mentre affrontavamo i temi del progetto, Mollino ci chiedeva di spostarci un po’ più in là all’asciutto, e poi ancora, ma fatalmente si tornava sempre a discutere sul terreno fradicio della costruzione, finchè confessò di avere le scarpe bucate e l’acqua nei piedi”.

Cliente e architetto si incontrano però subito sul terreno dell’utopia. Quella di Lutrario la spiega il figlio: “Mio padre non aveva un soldo, ma accettò immediatamente la parcella da far tremare i polsi che Mollino gli aveva richiesto”.

Il visionario progettista , invece, pensava all’occasione di tradurre l’architettura in una fiaba per danzatori di Valzer, da costruire tra binari, fabbriche, rottami. Nello stesso periodo, esattamente nel 1960, l’architetto disegna la Casa Mollino in via Napione, un altro progetto direttamente riferito ad una sorta di natura fiabesca. Anche nel Lutrario si ritrovano pareti totalmente rivestite con gigantografie di enormi alberi tratti da incisioni antiche o con sbalorditive cromie di piastrelle. Nella scelta dell’ illuminazione, realizzata con la sospensione di semplici cilindri colorati in materiale plastico, Mollino anticipa il concetto che userà poi per l’apparato di luci a steli sospesi che formano la grande nuvola luminosa della sala del Teatro Regio, altro luogo di magie musicali.

Attilio jr racconta: ”Noi non sapevamo mai bene dove stesse portando il progetto. Mollino però seguiva attentamente ogni fase e dettaglio di esecuzione. Se lo riteneva necessario ci spiegava e schizzava ogni cosa con immediata vivezza. Ci rendemmo conto, ad un certo punto che la sua parcella era largamente giustificata da questo rassicurante modo di operare. Quando ci propose, per esempio, di rivestire con piastrelle alcune zone del locale, mio padre rimase inizialmente scettico: bagni e case chiuse erano a quel tempo i luoghi “piastrellati”.

Mollino allora lo invitò ad andare a Vietri per scegliere con lui i materiali. Sapeva benissimo che mio padre non  avrebbe abbandonato il cantiere e gli strappò cosi’ il consenso per farsi accompagnare da me: tre giorni indimenticabili! Mollino mi portò a Napoli pilotando con un freddo polare il suo Spitfire che aveva ancora sulle ali i fori per l’alloggiamento delle mitragliere. Mi disse che ne aveva un secondo, in hangar, per i pezzi di ricambio. In fabbrica a Vietri chiese che gli disponessero a terra ogni tipo di piastrella prodotto: forse i cataloghi non erano sufficientemente fedeli nella riproduzione della cromia? Gran via vai di garzoni e continue richieste su cosa ne pensassi. Non ne capivo praticamente niente, ma Mollino rendeva quel giostrare di maioliche un impagabile happening. All’ ora del tè era rimasta una quindicina di modelli: senza spiegazioni, l’ architetto decretò di fermarsi: saremmo tornati l’indomani. Al ristorante non mangiò praticamente nulla, ma gli piaceva vedere soddisfatto il mio robusto appetito. Il mattino successivo scelse con estrema precisione l’ esatta quantità di piastrelle per ognuno dei decori progettati. Quando queste furono montate a Torino nel complicato patchwork disegnato per il ballo, mi resi conto che il suo calcolo era stato miracoloso”.

Mollino litigò con il fabbro perché nell’esecuzione non rispettava scrupolosamente il disegno di ogni centimetro di curvatura delle piattine metalliche delle balaustre e litigò con il piastrellista che si era permesso di aggiungere qualche piastrella alla composizione originale e fece  rifare, per un particolare non conforme, i costosissimi montanti delle scale eseguite in vetro acidato e temperato dalla Cristal- Art. Dopo i 32 sopralluoghi avvenuti nel tempo da parte di varie commissioni di sicurezza, sparirono gli incendiabili velluti, i boschi in carta fotografica e le sedute originali; è apparsa una scala con mancorrente rettilineo conforme alle normative, mentre esistono ancora le stalattiti luminose, per volere di un prefetto che le volle personalmente dichiarare “a norma”.

8. Fulvio Ferrari, “The Unexpected Mollino”, Casa Vogue, Dicembre 2004


Un sogno dai disegni preparatori

Nei disegni preparatori di questo progetto il tratto di matita è ininterrotto, è un flusso di energia, linea dinamica che rincorre il movimento vorticoso di un corpo che danza e non teme di mostrarsi senza veli, senza sovrastrutture nella sua bellezza più essenziale, quella della sinuosità nuda della linea curva.

Le idee si susseguono nell’ intento di sfruttare lo spazio oltre il possibile, anche attraverso gli specchi che ingannano le prospettive, sfondano le pareti e lasciano che l’ occhio si perda e si confonda.
Il tutto non è percepibile nella sua globalità; chiunque tenti di trovare un codice interpretativo immediato della forma, sarà invece portato a muoversi seguendo un sentiero, che Mollino vuole il più possibile sganciato dalla razionalità.

Sembrerebbe la rappresentazione di un sogno, nel quale non si ha mai un susseguirsi di immagini, ma soltanto di brevi flash.
Il pensiero onirico trova realizzazione nello studio accuratissimo degli aspetti funzionali.

Mollino si trova davanti uno spazio molto esteso e l’irregolarità della pianta gli suggerisce  spunti interessanti per soluzioni inattese e improbabili.
La pianta del locale è plasmata, il brusco contorno originario è trasformato in un più dolce fluido perimetro continuo, e le scale, adeguandosi a questo percorso ondoso, inseguono linee circolari e paraboliche.

Salgono al piano superiore, un soppalco, delimitato da una ringhiera che abbraccia quasi tutta la sala che si affaccia sulla pista da ballo. Sono insite in questa architettura molteplici funzioni che si intrecciano e si sovrappongono: si balla , si scruta, si sta appartati, e tutto ciò accade in entrambi i livelli, ma con ambientazioni diverse.

Sul soppalco ci sono piccoli spazi, nel quale si può ballare e nello stesso tempo osservare chi sta entrando all’ interno del locale, o guardare la costellazione di luci colorate che invade la sala. Dal basso la situazione è la medesima, ma da un punto di vista ribaltato in quanto non è possibile percepire esattamente ciò che sta accadendo al piano superiore.

L’insistenza della linea curva è palese ed esasperata, portata volutamente all’eccesso. Un tubo di metallo è applicato al soffitto per disegnare una serpentina che inizia nell’ingresso e sfocia, poi, in una spirale sulla pista da ballo e successivamente è risolta come sostegno ai punti di luce, cilindrici multicolori, lo stesso vale per i pavimenti dove stelle filanti di marmo si snodano lungo il corridoio d’ ingresso, raggiungono il salone, lo percorrono circolarmente per poi tornare verso l'uscita. Le luci colorate, il rivestimento di piastrelle policrome, gli specchi, alle pareti e sui pilastri, le ringhiere di ferro ad arabeschi multicolori ed i parapetti in specchi e legno dorato, conferiscono a questo ambiente un aspetto luccicante e sgargiante; consono alla funzione ludica a cui deve attendere, ma portato ironicamente all’ eccesso.

Il locale nella sua globalità, è come la rappresentazione di quell’ironico “drago da passeggio”, che ricompare più volte nelle foto erotiche.

Nell’ingresso, dal soffitto alla grotta, ricorda la gola di un drago che sembra imprimersi, quasi come fosse una lastra fotografica, sul soffitto e sul pavimento. Tutto intorno pezzi di squame colorate sono incastonate quasi ad amplificarne l’effetto.


"Stazione desiderio”
di Carol Rama

“Si è vendicato, ha fatto passare per storia quell’arredo da bordello che puo’ essere il Lutrario… non dimentichiamo che lui ha avuto i primi incarichi da ricchi che invece di dirti, che so, un giardino pensile ti dicevano un giardino prensile e allora lui gli metteva un manichino a gambe larghe nel giardino. Nel Lutrario voleva mettere lo specchio sul pavimento perché si vedesse se avevi le mutande o meno, e voleva mettere i telefoni sui tavoli per farlo diventare smistamento da stazione del desiderio”(9).

 

 

 

"La radura"
di Fulvio Ferrari

“Con le piastrelle, i mosaici, i velluti Mollino traccia un sentiero (l’ingresso) che ondeggia tra fronde di maioliche, inondate da luci di specchi improvvisi.

Fiori artificiali, oggi sostituiti da sculture, collocati sulle mensole e illuminati dal basso, accompagnano il percorso che si apre su una radura (la pista da ballo), contornata da un giardino di altri, astratti fiori, composti da tavolini contornati di sedie e sgabellini a petalo.

L’orchestra opera da uno spazio roccioso, una sorta di fronte di caverna celata da cascatelle di luci e specchi disposti a prisma dispersivo; le scale si involano, tra racemi metallici, verso la balconata, da cui si può leggere, vedendola dall’alto in pianta, la complessità e l'armoniosità della “macchina” da ballo molliniana” (10).

9.  Westuff n1 settembre ottobre 1987 Firenze.
10.Fulvio Ferrari, “Discoteca 1968, architettura straordinaria” (op.cit.)

Carlo Mollino

Nel 1959 disegna la Sala da ballo Lutrario, un interno immaginato come un bosco realizzato in ceramica e mosaico. Contemporaneamente ricostruisce per sé l’appartamento di una villa antica, oggi conservato come Museo Casa Mollino e sede della Fondazione.
Nel 1973 viene inaugurato il Teatro Regio di Torino, il suo ultimo capolavoro architettonico.

Toni Campa e Luciana De Biase

Dal 2008 l'attività del Le Roi, conosciuto anche come sala da ballo Lutrario, viene acquisita e gestita dai promoter Toni Campa e Luciana De Biase che da anni promuovono eventi e producono manifestazioni musicali.
La loro esperienza riporta il pubblico a vivere e rivivere la tradizione del ballo attraverso un recupero anche strutturale della storica sala danze.
All'interno della meravigliosa e particolare architettura, progettata nel '59 dall'architetto Carlo Mollino, vi è ancora il pianoforte rosa suonato da Fred Buscaglione ed un'affascinante galleria fotografica che testimonia la presenza nel locale di tante celebrità italiane ed estere.
Per la Città di Torino è stata fondamentale la presenza del duo Campa-De Biase per riportare all'antico splendore il leggendario Le Roi Music Hall.

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1959 - 1977

Dalla fine degli  anni '50 al  Le Roi, in considerazione delle  leggi vigenti  riferite al  tempo libero, cresce sempre di più la presenza di pubblico, per cui il fondatore  Attilio Lutrario comincia a fare esibire  molti divi della canzone italiana sino agli anni '70  tra cui: Domenico Modugno, Mina, Claudio Villa, Patt Boone, Enghel Lualdi, Gianni Morandi, Albano, The Platters, Four Kents, Betty Curtis, Patty Pravo, Lucio Dalla, Riccardo Cocciante, Caterina Caselli, Fausto Leali, Marino Barreto, Massimo Ranieri, Francois Hardy, Little Tony, Pooh, Don Backy, Bobby Solo ed altri, tutti artisti al top della loro carriera...